“Ciao Sara.” A salutarmi da lontano un uomo sulla cinquantina con i capelli brizzolati. Mentre lo sconosciuto si avvicina, frugo velocemente nei miei ricordi. Nulla, non collego nessun nome a quel volto. Così aspetto sia lui a presentarsi, invece l’uomo si limita a dire: “Tua madre è in casa?” Gli rivolgo uno sguardo interrogativo, poi gli chiedo con voce titubante se ci conosciamo. Segue qualche secondo di silenzio, l’aria si fa tesa. L’uomo prende fiato e poi mi risponde: “E’ normale che non ti ricordi di me, avevi solo tre anni quando me ne sono andato di casa.” La sua rivelazione mi spinge d’istinto a indietreggiare e lui sembra infastidito dalla mia reazione. “Non sei contenta di vedere tuo padre?”
“Perché dovrei esserlo?”
“Perché finalmente potrai contare su di me.” Per un istante ci guardiamo incapaci di continuare la conversazione. Infine, mio padre spezza il silenzio facendomi una proposta: “Alloggio nell’albergo in piazza. Se vuoi, domani mattina potremmo fare colazione insieme? Ti passo a prendere in moto. Ok?”.
Vorrei dargli una risposta ma le parole mi muoiono in gola.
Un sorriso amaro gli increspa le labbra. Poi si allontana senza dire una parola. Dopo poco la sua moto sbuca dal fondo della via e prosegue dritta fino all’incrocio, quindi svolta in una strada, scomparendo alla vista.